martedì 17 agosto 2010

Napolitano e le elezioni anticipate

Si è aperta una nemmeno tanto latente polemica tra il Capo dello Stato e il PdL: per quest'ultimo infatti, se cade il governo Belusconi, scelto dagli elettori, si deve tornare alle urne; mentre Napolitano sembra lasciar intendere che prima di sciogliere le Camere occorra valutare la possibilità della formazione di una nuova maggioranza (diversa da quella scelta dagli elettori nel 2008).
Che dire? Intanto Napolitano che cosa ha esattamente detto?
1) che lo scioglimento anticipato delle Camere, a due anni dal voto, sarebbe un evento traumatico, tanto più in tempi di crisi economica, e dunque qualcosa di non auspicabile. Fin qui, come dargli torto? Il punto è: come evitare le urne? Due i modi
2a) una riconciliazione tra Berlusconi e Fini, o almeno tra il premier e una parte consistente dei finiani; anche questo è un auspicio che una persona di buon senso può ritenere assolutamente legittimo, purché di accordo solido e consistente si tratti; oppure
2b) la formazione di una maggioranza diversa da quella uscita dalle urne, nela versione UDC (una maggioranza che abbia come nucleo centrale l'attuale e si allarghi verso il centro-sinistra) o nella versione PD (una maggioranza che possa anche escludere il PdL e la Lega, comprensiva di tutte le forze anti-Berlusconi); questa seconda ipotesi è quella del ribaltone: mandare a casa chi ha vinto e far salire al governo chi ha perso.
Ora, che cosa davvero vuole Napolitano: solo la 2a), come è pienamente legittimo o anche la 2b), e in questo secondo caso fino a che punto è disposto a spingersi?
Finora il presidente non l'ha chiarito. Certo, formalmente, finché il premier non è scelto direttamente dagli elettori, la possibilità che si cambi premier nel corso di una legislatura c'è. Tuttavia è evidente che una tale eventualità sarebbe un male maggiore dello scioglimento anticipato delle Camere, perché tradirebbe la volontà degli elettori, di quel popolo, che la Costituzione dichiara sovrano.
Certo, si potrebbe, ulteriormante, osservare che se un pezzo di maggioranza si stacca, in assenza della possibilità del voto di preferenza (bella trovata!), la colpa e la fesseria è di chi ha stilato le liste, infilandovi dentro un cospicuo numero di potenziali traditori. Ma, tant'è: chi ha infilato nelle liste un eccessivo numero di infidi è meno colpevole di chi ha scelto di tradire. Però la preferenza, un'altra volta, ridatecela, si detto en passant...
Inoltre si eviti di irritare il Presidente, con uno stile espressivo troppo urlato. Va bene farsi capire dal popolo, ma un eccesso di spavalderia appare controproducente. Tanto più che il Capo dello Stao non ha ancora scoperto le carte.

domenica 1 agosto 2010

divorzio rischioso

Un brutto pasticcio, senza veri vincitori. Il torto maggiore è di Fini, ma anche Berlusconi, se dimentica una componente essenziale del suo successo, cioè la capacità di mediare, rischia grosso. Ci piace un Berlusconi decisionista, purché non sia solo decisionista, ma conservi la sua dote di ricomporre posizioni molto diverse.
Ha sbagliato anzitutto e sopratutto Fini, ma anche Berlusconi dovrebbe fare un passo indietro. Prima che sia troppo tardi.

in dettaglio


L'abbiamo detto: non è andata nel modo migliore. Anzi. Come avrebbe potuto andare?
1) Berlusconi avrebbe dovuto lasciare maggiori spazi di pluralismo interno. Non è pensabile che quello che nemmeno nel vecchio PCI era riuscito, una totale omogeneità, potesse riuscire nel 2010 in un partito che dice di essere liberale e copre un'area non lontana dal 40% dell'elettorato.
2) Fini e i suoi avrebbero dovuto fare della opposizione davvero interna e non dare la sensazione di stare paziantemente preparando una scissione: c'è modo e modo di criticare la linea della maggioranza del partito a cui si appartiene.
3) la direzione del PdL avrebbe dovuto circoscrivere la censura al solo Granata, non coinvolgendo Fini e gli altri, e poi si sarebbero dovuti affrontare i tempi dei probiviri, non far precipitare le cose. Così, eventualmente, non ci sarebbe stata una cacciata, ma una scissione.