domenica 26 giugno 2016

il giudizio di Tracce su Brexit

Europa: la crepa e la chance


24/06/2016 - Ieri la Gran Bretagna ha deciso per l'uscita dall'Unione. Scelta imprevista, ma non troppo. E ora? Al di là degli effetti economici che già si vedono, cosa accadrà in futuro? Nelle parole di papa Francesco, il compito che ci attende

 Alla fine, la tempesta è arrivata. Imprevista rispetto agli ultimissimi sondaggi, ma molto meno se si allargava lo sguardo agli ultimi tempi. A quel fardello di paure che nel tempo diventava sempre più pesante (le ondate di profughi, la crisi economica, il terrorismo) mentre gli ideali che hanno fatto nascere l'Unione si offuscavano, i rapporti si facevano sempre più sfilacciati e dovunque ha preso fiato un populismo nazionalista che usa solo a sprazzi la ragione, ma è bravissimo a far leva sulla pancia. La Brexit è realtà, la Gran Bretagna esce dall'Unione. Si è giocato troppo a lungo con il fuoco perché alla fine la casa non si incendiasse.

Fa persino impressione rileggere adesso la domanda del Papa che campeggiava sull'ultima copertina di Tracce, «Cosa ti è successo, Europa?». Francesco l'aveva appena fatta ad un'Europa «stanca e invecchiata, non fertile e vitale», dove i grandi ideali che l'hanno ispirata «sembrano aver perso forza attrattiva; un’Europa decaduta che sembra abbia perso la sua capacità generatrice e creatrice. Un’Europa tentata di voler assicurare e dominare spazi più che generare processi di inclusione e trasformazione; un’Europa che si va “trincerando” invece di privilegiare azioni che promuovano nuovi dinamismi nella società». Sono parole profetiche, e la migliore spiegazione possibile ai fatti di oggi.

Che cosa ci aspetta nell'immediato, lo stiamo già vedendo: mercati impazziti, turbolenze che dureranno settimane - se va bene - e in ogni caso non porteranno benefici, se non a qualche speculatore. È come aver dato una spinta all'indietro a un'economia globale che aveva appena iniziato a risalire una parete ancora ripida da scalare, dopo il collasso del 2008. Il rischio di una ricaduta nel precipizio è molto forte, e ci riguarda tutti.

In prospettiva, invece, è un'incognita enorme. Qualcosa di mai visto nella storia recente.
Il distacco non avverrà domani: gli esperti prevedono che ci vorranno almeno un paio di anni per completare tutti i passaggi, rescindere i trattati, riscrivere gli accordi. Ma potrebbero essere «due anni di disordine massiccio», come ha detto al New York Times Thierry de Montbrial, presidente dell'Istituto francese di relazioni internazionali. C'è il rischio che al primo pezzo di Europa che si stacca se ne aggiungano altri, che l'ondata diventi un maremoto. Ci sono da rivedere rapporti di forza tra alleati, non solo nell'Unione ma rispetto al resto del mondo (la Nato, la Russia, la Cina, l'Isis...). In ogni caso, si naviga a vista. In tutti i campi. Qualcosa che davamo per scontato, ovvio, non c'è più. O, perlomeno, non è più come era.

Chi legge Tracce, si è trovato spesso davanti ad esempi anche clamorosi di un generale «crollo delle evidenze», al richiamo all'impossibilità di vivere appellandoci solo a valori, certezze e beni dati che davamo per acquisti e che invece non lo sono più. Bene, questo momento - storico, letteralmente - ci pone davanti la stessa sfida, se possibile in maniera ancora più netta. Dove fino a ieri c'era una casa che pareva solida - la casa di molti noi -, oggi c'è una crepa, enorme, e il rischio di crolli.

È per questo che urge tornare a quelle parole del Papa, a quel giudizio chiaro. Nelle prime battute del suo discorso per il Premio Carlo Magno c'era un memento: «La creatività, l’ingegno, la capacità di rialzarsi e di uscire dai propri limiti appartengono all’anima dell’Europa. Nel secolo scorso, essa ha testimoniato all’umanità che un nuovo inizio era possibile: dopo anni di tragici scontri, culminati nella guerra più terribile che si ricordi, è sorta, con la grazia di Dio, una novità senza precedenti nella storia». Non è solo una cartolina del passato, un appello alla storia dell'Europa: è un richiamo alla sua anima, al suo dna, al suo oggi. Travagliato e incerto quasi quanto quello del Dopoguerra.

Ma nelle ultime righe c'è il compito affidato a noi in questo tentativo. «Alla rinascita di un’Europa affaticata, ma ancora ricca di energie e di potenzialità, può e deve contribuire la Chiesa. Il suo compito coincide con la sua missione: l’annuncio del Vangelo, che oggi più che mai si traduce soprattutto nell’andare incontro alle ferite dell’uomo, portando la presenza forte e semplice di Gesù, la sua misericordia consolante e incoraggiante. Dio desidera abitare tra gli uomini, ma può farlo solo attraverso uomini e donne che, come i grandi evangelizzatori del continente, siano toccati da Lui e vivano il Vangelo, senza cercare altro. Solo una Chiesa ricca di testimoni potrà ridare l’acqua pura del Vangelo alle radici dell’Europa». Ecco che chance abbiamo, davanti alla Brexit e davanti alla giornata che ci attende oggi, là dove ognuno di noi è.

giovedì 26 febbraio 2015

Islam e ISIS: due realtà reciprocamente estranee?

Si sente dire che l'ISIS non c'entra niente con l'Islam, perché l'ISIS è barbaro e feroce, mentre l'Islam è mite e tollerante, religione di pace e di amore. Ora, le cose non stanno proprio così. E' un fatto che chi va a combattere per l'ISIS ha una forte motivazione religiosa, è mussulmano convinto, anzi ultraconvinto, è un ultras dell'Islam. Non è gente prezzolata, o che faccia quello che fa per motivi politici, o economico-sociali. Nella sua propaganda l'ISIS si propone come l'affermazione di un islam duro e puro, senza se e senza ma, e raccoglie l'adesione dei più fanatici (non dei "politici" più fanatici, ma dei "religiosi" più fanatici).
 D'altro canto è vero che l'ISIS è stata a lungo appoggiata da Stati Uniti (e forse Israele e altri paesi non mussulmani) per motivi non religiosi. Perché allora? Perché gli Stati Uniti di Obama hanno ritenuto che il nemico da abbattere, in qualunque modo, a qualunque costo, fosse Assad, contro il quale quindi armare l'estremismo sunnita (i nemici del mio nemico sono miei amici). Così Israele, memore della debacle contro Hezbollah, sciita, ritiene che sia l'islam sciita il nemico numero uno e può vedere di buon occhio chi mette in crisi tale realtà.
 Ma il fatto che realtà estranee all'islam abbiano favorito il nascere e l'affermarsi dell'ISIS non significa che l'ISIS sia esaurientemente una creatura di realtà non mussulmane né, meno ancora, che sia da esse manovrabile: è evidente infatti che esso gli è ampiamente sfuggito di mano e stia seguendo una logica propria, dettata da motivi e finalità religiose, islamiche.
 Del resto all'ISIS si ricollegano (riconoscendone in qualche modo il primato) realtà estremistiche islamiche come Boko Haram in Nigeria o come i jihadisti in Libia: anche lì si tratta di fenomeni di estremismo religioso (o, se si vuole, pseudo-religioso, se si consideri l'islam come un'ideologia pseudo-religiosa).

 Ma spostiamoci su un piano più teoretico: è compatibile l'azione dell'ISIS coi principi dottrinali dell'islam? Chiediamoci: che cosa sta facendo l'ISIS? Dovunque arriva si ripromette di costringere i non mussulmani sunniti (cioè cristiani, yazidi, sciiti e altro) ad abbracciare l'islam sunnita, sotto pena di eliminazione fisica o comunque di angherie e vessazioni insopportabili da una persona comune. Perché lo farebbe, se la sua motivazione fosse non religiosa?

 Perché dovrebbe spingere ad abbracciare una certa religione, contraddistinguendosi proprio per questo, se non gli importasse niente di religione?

D'accordo, si dirà, l'ISIS c'entra con l'Islam, ma non è vero il contrario: l'Islam non c'entra con l'ISIS. Eppure negli esponenti più accorti dello stesso mondo islamico è in atto un ripensamento: "non possiamo dire che l'estremismo sorga come un fungo, inopinatamente, sul terreno dell'islam" (si veda l'auspicio di Al-Sisi ripreso dall'imam dell'università di Al-Ahzar). Ci sono troppe coincidenze, perché si tratti solo di coincidenze. Del resto è una questione di logica: l'islam a) pretende di essere portatore della verità assoluta, b) e ha a disposizione, per diffonderla, solo mezzi umani, naturali (non c'è la grazia, il soprannaturale). Da qui all'uso della coercizione per convertire, il passo è brevissimo, è una deduzione logica.

 Per questo è urgente che nell'islam si apra un serio ripensamento: a) si accetti che il Corano va interpretato, e non va preso alla lettera, b) si accetti che la conversione a una rivelazione debba essere totalmente libera, perché così il Mistero vuole, lasciandoci liberi.

lunedì 16 febbraio 2015

Attacco all'Europa: il terrorismo islamico apre una nuova era

ISLAM-EUROPA
 
Attacco all'Europa: il terrorismo islamico apre una nuova era
 
di Samir Khalil Samir

Lo Stato islamico minaccia in modo diretto l'Italia e l'Europa. Il rischio più grande è la forza di imitazione che può spingere i "lupi solitari" a colpire. Il jihadismo dà uno scopo a giovani musulmani europei in crisi d'identità e di valori. L'uso spropositato e nuovo della parola "crociato". Un'operazione militare per ridurre la forza nociva e letale degli islamisti.


Beirut (AsiaNews) - Con l'attacco terrorista a Copenaghen di due giorni fa, è evidente come vi sia un'escalation del terrorismo islamico sempre più vicino all'Europa. Addirittura, nel video della decapitazione dei 21 egiziani copti, uno dei boia si vanta di essere "a sud di Roma".
Insomma questi terroristi stanno ormai per occupare l'Europa. Nel loro fanatismo violento e sanguinoso, il loro tentativo di "invasione" viene presentato con forti accenti confessionali, come una "anti-crociata".
Tutti i Paesi europei sono preoccupati nel vedere che il terrorismo si avvicina. Finora  si tratta di un terrorismo spontaneo, di individui, ma è chiaro che a provocare questi scoppi di violenza è la forza di imitazione che il terrorismo organizzato genera nei giovani europei.
Questa nuova era di terrorismo affascina giovani in difficoltà. Il supposto killer danese era uno che era già stato in prigione;  pure i due attentatori francesi di Charlie Hebdo e del negozio kosher lo erano. Il terrorismo organizzato offre uno scopo a giovani musulmani europei in crisi d'identità e di valori. Tutti questi giovani attentatori sono nati in Europa, figli di migranti islamici.
Un conflitto confessionalizzato
Tutto il mondo è in crisi, ma per i musulmani essa ha a che fare con la religione. Per questo, per loro la crisi viene ad avere un volto confessionale.
Certo ci sono accenti confessionali anche in Europa: molta destra europea agita le minacce contro i cristiani per raccogliere consensi; negli Stati Uniti vi sono uccisioni di musulmani giustificati come guerra confessionale; il premier israeliano Benjamin Netanyahu continua a citare le violenze che subiscono i cristiani in Medio oriente per giustificare  l'isolazionismo di Israele nella regione. E ora - a un mese dalle elezioni israeliane - spinge gli ebrei in Europa a emigrare in Israele per avere più sicurezza! Sono stato molto contento che il gran rabbino di Danimarca abbia chiarito la situazione e abbia criticato Netanyahu per questa offerta.
Di fatto, ogni Stato sta approfittando della crisi terrorista in funzione dei propri interessi: gli Stati Uniti cercano di riprendere una certa leadership senza fare molto; Israele cerca di giustificare il suo essere "indispensabile" alla salvezza degli ebrei; l'Europa è in affanno per le sue necessità energetiche. Ma questo impegno dell'occidente contro il terrorismo ha delle enormi falle. Ad esempio, le sfide e le violenze di Boko Haram in NIgeria, o i massacri contro le minoranze cristiane e yazide in Iraq, non ricevono la stessa attenzione.
La mia impressione è che si sia ormai formato un movimento terrorista in nome dell'islam. All'inizio esso era focalizzato solo nel conflitto sunnita contro gli sciiti e in parte continua così a livello locale (v. Libano, Pakistan, Iraq,...); ora si è allargato a un conflitto di islamisti contro l'occidente, dove l'occidente è definito sempre "crociato", per cui la lotta è fra islamisti e cristiani.
La parola "crociato" nella bocca dei musulmani è emersa all'incirca nell'ultimo ventennio. Nei libri di storia, anche quelli sulle crociate, la parola che si usava per indicare i combattenti per il Santo Sepolcro era "firing, franchi". Ora invece per definire un occidentale o un qualunque cristiano si usa la parola "salibi", di invenzione recente.
Questa parola ha avuto un grande successo nella propaganda islamista e nell'adesione di nuove reclute. E' di questi giorni la notizia che Ansar-al-islam è entrata nello SI con più di 1000 uomini.
Lo SI appare come un gruppo vincente, efficace e quindi i vari gruppetti sperano di entrarvi per avere più gloria, ma anche più soldi e finanziamenti. Questo del finanziamento dello SI e delle armi che vengono loro date è davvero un problema che nessuno affronta. In questi giorni essi hanno minacciato i loro nemici con degli Scud: questi non sono dei giocattoli, ma vengono da enormi vendite e cessioni.
Ormai lo SI sta assumendo una nuova dimensione: l'avvicinamento all'Europa. Ciò avviene sia con i piccoli pazzi locali, i cosiddetti "lupi solitari". I loro attentati fanno pochi morti a confronto con le centinaia e le migliaia uccisi dallo SI in Medio oriente, ma fanno molta impressione e clamore perché avvengono in Europa.
Libia, l'avamposto dello Stato islamico
Lo SI ha ormai scelto la Libia come suo avamposto. Ai suoi occhi la Libia presenta molti vantaggi: è un Paese allo sfascio, dove non funziona nulla e quindi le milizie hanno la libertà di fare tutto quello che vogliono; è un Paese che ha il petrolio, per cui se lo SI occupa pozzi e raffinerie potrà avere fondi a non finire per continuare la sua lotta. Se i jihadisti conquistano tutta la Libia, non avranno più bisogno del sostegno dell'Arabia saudita e del Qatar: saranno autonomi dal punto di vista finanziario. Anche l'attacco contro i Kurdistan ha lo stesso scopo: occupare i pozzi di petrolio del Nord Iraq per garantirsi una fonte di entrate.
Lo SI mira a queste zone anche per poter continuare l'avanzata verso l'Europa.
Citare l'Italia, come loro hanno fatto dicendo che "siamo a sud di Roma", è un passo strategico: l'Italia è la nazione europea più vicina alla Libia (senza contare l'isola di Malta).
Per conquistare l'Italia essi citano un strano detto di Maometto, che non si capisce da dove sia stato tratto.
Stiamo perciò passando da un evento islam-islam a un progetto più largo, verso l'Europa, pur senza dimenticare l'occupazione del Medio Oriente e il califfato.
Penso che l'Europa saprà difendersi, ma il turbinio e i messaggi che lo SI lancia creeranno difficoltà per decenni: si trovano sempre individui pronti a farsi saltare o a compiere attentati in modo imprevisto. E' una situazione molto più grave di qualche anno fa.
Finora l'occidente ha cercato solo di contenere questo pericolo dello SI e mantenerlo rinchiuso in Medio oriente, ma con gli attacchi di Parigi e di Copenhagen  il problema si è ormai diffuso in Europa e in occidente.
L'occidente guarda ai suoi interessi economici e politici, mentre il Medio oriente soffoca nella mancanza di democrazia a causa di regimi che l'occidente stesso sostiene.
La pista della guerra è allora l'unica possibile? In questo momento io temo che sia un passo inevitabile. E' da sperare che non scoppi una vera e propria guerra, ma che vi sia un'operazione militare che riduca la forza nociva di questi terroristi.
E' evidente che questi terroristi sono delle persone addestrate, capaci, efficienti. Anche i loro video sono perfetti dal punto di vista tecnico, spettacolari con i loro riti. Questa propaganda mette terrore a tutti e diffonde il senso che ormai l'umanesimo è un valore perduto.
La vera e l'unica soluzione pero' è nel ripensare l'Islam in funzione del mondo odierno. Ripensare la sharia in funzione della cultura dell'uomo moderno e della Carta universale dell'Uomo, senza cadere nel libertinismo e nel secolarismo occidentali. Questa è la rivoluzione culturale e religiosa che molti musulmani desiderano e tentano di fare, ma non sono sostenuti dai religiosi che decidono delle interpretazioni del Corano e della sharia. Di recente, il 28 dicembre scorso, il presidente egiziano, il generale Al-Sisi, ha chiesto agli imam dell'Università islamica più famosa del mondo, Al-Azhar, di fare "una rivoluzione religiosa", e intendeva questo.
Questa rivoluzione, questa riforma è indispensabile. Sono convinto che gli imam musulmani non sono in grado di farla in questo momento. Ma penso che noi cristiani possiamo (e dobbiamo) aiutarli a farla, e nello stesso tempo a rivedere anche noi le nostre stesse posizioni in Occidente, per ritrovare i valori comuni all'umanità e il rispetto delle credenze di tutti i popoli, anche se diverse dalle nostre.

da Asianews

lunedì 29 dicembre 2014

una buona destra e una buona sinistra

Una buona destra è quella attenta a tagliare le spese statali davvero inutili. Ad esempio bisogna trovare il modo per far smettere a certe regioni, come la Sicilia, di spendere il triplo o il quadruplo di altre, virtuose. Bisognerebbe trovare il modo di impedire che vengano sprecati i soldi pubblici in opere mai terminate (come denuncia pressoché quotidianamente Striscia la notizia). Bisogna pensare diversamente gli ammortizzatori sociali: la cassa integrazione e l'indennità di disoccupazione andrebbero intesi come dei prestiti e non come elargizioni a fondo perduto (ti do dei soldi perché se senza lavoro, per un certo tempo, ma quando il lavoro l'avrai trovato quei soldi, magari ratealmente, me li restituirai).
 Ma una buona destra non dovrebbe opporsi a che i ricchi paghino più tasse dei non ricchi: abolire qualunque tassa sulla casa, per qualsiasi tipo di casa, semplicemente non è giusto.

Una buona sinistra è quella che non considera inevitabile e strutturale un conflitto tra capitale e lavoro, per cui non ha un atteggiamento di odio verso i ricchi, non desidera azzerare le differenze sociali, facendo stare tutti peggio, ma ridurle, facendo stare tutti meglio. In altre parole una buona sinistra ammette che l'arricchimento di alcuni, purché onesto, possa giovare agli altri e quindi non vuole azzoppare l'intraprendenza degli imprenditori, ma solo darle delle regole, assicurare che essa porti frutti utili alla collettività.
 Una buona sinistra non protegge dei privilegi, ma protegge i più deboli, sapendo che i più forti possono sfruttarli. Non è contro il mercato, ma contro le storture del mercato. Non è contro la globalizzazione, ma contro le sue storture.

famiglia/famiglie

La famiglia nel suo senso pieno è quella tra un uomo e una donna, chiamiamola per intenderci famiglia tradizionale. Essa è una risorsa preziosa: l'uomo cresce bene se è accolto in una famiglia unita e responsabile. La differenza sessuale è buona ed è stata progettata dal Creatore della natura per assicurare all'uomo la continuità nel tempo, la procreazione. Tra le minacce che negli ultimi due secoli sono venute ci sono certamente il divorzio e l'aborto, intesi il primo come resa alle difficoltà che inevitabilmente insorgono in un rapporto di coppia e il secondo come non accettazione incondizionata della nuova vita (se intesi così: ci possono essere casi in cui la convivenza tra coniugi diventa oggettivamente insopportabile, o casi in cui il ricorso all'aborto si configura come scelta dolorosa apparentemente inevitabile: non giudichiamo le coscienze). E' bello che i due coniugi si mantengano fedeli reciprocamente e si amino per sempre, è più bello così che cambiare partner a ogni piè sospinto; è bello accogliere una vita che sta nascendo, anche se si è in difficoltà o anche se si prevede che non sarà conforme a determinati standard, è più bella una accettazione incondizionata della vita che una accettazione condizionata (ti voglio bene se...).
Le nuove forme di famiglia, tra persone dello stesso sesso, sono una minaccia alla famiglia? Il problema è complesso: lo sarebbero se le persone diverse fossero tali per una scelta arbitraria e capricciosa; ma se ha ragione il Catechismo della Chiesa a dire che ci sono persone con tendenze omosessuali profondamente radicate (§2358), cioè inestirpabili, allora non si dà proporzionalità inversa (tra le nuove famiglie e la famiglia tradizionale), perché le persone che danno vita a nuova famiglie non darebbero comunque vita a famiglie tradizionali; per tali persone l'alternativa non è tra famiglia tradizionale e nuova famiglia, ma tra nuova famiglia e solitudine, o, che non cambia molto, interminabile nomadismo affettivo, o ipocrita doppia vita.
Certo il legame tra persone dello stesso sesso non costituisce una famiglia in senso pieno e paritario con la famiglia tradizionale, tuttavia non vediamo obiezioni convincenti a che lo stato possa, senza ferire la giustizia, riconoscere loro una qualche forma di statuto giuridico. Controverso e spinoso resta il problema della adozione: prioritario su tutto è il diritto dei minori di crescere in un ambiente sano e accogliente, contrassegnato da gratuità e responsabilità, come non potrebbe essere un rapporto tra due adulti caratterizzato dalla compulsività. Non esiste un diritto di adulti ad avere un figlio (un figlio è sempre un dono, mai l'esito di una pretesa di possesso), esiste il diritto dei minori ad avere dei genitori responsabili e capaci di amore oblativo. Due genitori dello stesso sesso possono garantire ai figli un amore oblativo? Forse lo potrebbero, se vivessero il rapporto tra loro in modo oblativo e non compulsivo, cioè rispettando la sacralità dei loro corpi, cioè astenendosi da rapporti fisici, vivendo castamente. Ma, come si vede, la questione è tutt'altro che facile da definirsi. Nel dubbio, riteniamo sia meglio che due adulti soffrano per mancanza di figli, piuttosto che soffrano dei minori per mancanza di vero amore.

venerdì 21 marzo 2014

riflettendo sulla violenza alle donne

Lo sappiamo: quasi non passa giorno senza che si registri una violenza (uccisione, ferimento) a una donna da parte di un (ex o quasi ex) fidanzato o marito. Questo fenomeno, un tempo rarissimo, ha spinto a coniare un neologismo: femminicidio.

 Qualcuno (penso alla nuova bussola quotidiana) lo contesta, pensando che enfatizzando troppo la violenza degli uomini sulle donne si danneggi l'ordine naturale che vuole comunque l'eterosessualità e il maschio come in qualche modo superiore alla donna.
 Però è un fatto che il fenomeno esiste, ed è inutile cercare di censurarlo. Bisogna invece cercare di capirne le cause. Ne vediamo almeno due.

 1) Anzitutto ci viene da pensare che i femminicidi e le violenze fatte a donne che hanno lasciato o stanno per lasciare il loro uomo siano un frutto della solitudine: se quel rapporto appare assolutamente insostituibile, indispensabile (così che chi cerca di privarcene deve essere punito col massimo della pena), è anche perché manca una rete di amicizie che sostenga la persona e contestualizzi adeguatamente quel rapporto.
 2) In secondo luogo la violenza degli uomini sulle donne che li lasciano è frutto della incapacità di sopportare il sacrificio, la sofferenza, il che a sua volta è frutto della attuale scristianizzazione, che rende inaccettabile la croce.

 Se è così non basterà un inasprimento della legge, che pure ci può stare, per fermare il fenomeno. Occorre ritrovare, se possibile nella fede o almeno in una sincera nostalgia di essa, aperta ad essa, un modo di vivere più umano.

lunedì 16 dicembre 2013

Europa

Si sta diffondendo, anche in seguito alla crisi economica, un diffuso sentimento anti-europeo, soprattutto nella destra.
Perché nella destra?
 Da punto di vista culturale perché l'Europa è, diciamo così, progressista, cioè in antitesi con la destra, conservatrice. Basti pensare alla tematica relativa al matrimonio egualitario, visto come fumo negli occhi dalla destra estrema e invece sempre più diffuso in Europa e anzi in qualche modo raccomandato da istituzioni europee. Oppure sul tema immigrazione l'Europa ci "costringe" ad essere "accoglienti", mentre la destra porrebbe volentieri dei filtri.
 Da punto di vista economico, perché dire Europa è dire euro e l'euro è una moneta che, se ha garantito da una inflazione galoppante, ha reso più difficile la concorrenza delle merci italiane sui mercati esteri, ha insomma danneggiato l'esportazione, che si sarebbe invece avvantaggiata dalla svalutazione della lira, come sempre in passato era avvenuto.

 Che dire? L'Europa (come progetto di unificazione politica) è stata voluta nel secondo dopoguerra soprattutto da politici cristiani, De Gasperi, Schuman e Adenauer. E non a caso: dire Europa è dire "cristianità" (questa del resto è la prima denominazione del nostro continente, in contrapposizione al mondo islamico), nel Medioevo l'Europa era (quasi) unita (sotto l'Impero, il Sacro Romano Impero).
 Si può buttare a mare il progetto europeo solo perché in disaccordo su qualche tema etico? Non è semplicistico rispondere, la risposta non può che essere meditata e sofferta, ma noi diremmo "no": l'Europa è troppo importante, è una cosa buona. Invece di buttarla a mare, cerchiamo di migliorarla (e fatti recenti dimostrano che ciò è possibile).
 Quanto all'euro: come ha detto oggi Draghi uscirne costerebbe molto, ma molto di più che tenerselo. L'euro ci protegge dall'inflazione, rende più stabili i conti pubblici, uscirne sarebbe catastrofico.
 Perciò noi diciamo: bisogna stare dentro l'Europa.